Kareem Abdul-Jabbar, un Gigante dentro e fuori dal campo

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Illustrazione grafica: https://www.instagram.com/maxi_frasquito/?hl=it

Articolo di: Bernasconi Luca

50,5 centimetri.

3.300 grammi.

Queste le misure medie, attuali, di un bambino appena nato. Immaginiamo all’epoca, più o meno intorno al 1950.

Il 16 aprile 1947 a New York nacque Ferdinand Lewis Arcinold Jr. figlio unico di un severo agente di polizia, Ferdinand Lewis Arcinold Sr., da cui secondo una tradizione americana in voga in quel periodo eredita appunto il nome, e di una commessa dei grandi magazzini, Cora Lillian. Alla nascita Lew fa già parlare di sè: pesa 5,7 kg ed è alto circa 60 centimetri facendo intuire quale sarà il suo futuro. 1.73 alla tenera età di 9 anni per poi a 13 essere già sopra i due metri, 2.03 per essere precisi. Un predestinato.

Nel 1961, all’età di 14 anni, iniziò a frequentare il Power Memorial Academy, liceo a sfondo cattolico situato a Manhattan, nel quartiere di Harlem. Nel periodo dell’high school Lew si fa notare principalmente per le sue doti fisiche e per il suo dominio all’interno del campo da basket. Lewis, nei tre anni trascorsi al liceo, condusse la Power Memorial alla vittoria di altrettanti titoli a livello di high school, iniziando così a far conoscere il suo nome alla nazione intera. Con lui in campo la squadra è semplicemente imbattibile come dimostrano le 96 vittorie a fronte di solamente 6 sconfitte ed il record, che difficilmente verrà mai battuto, di 71 successi consecutivi. Tutto questo permise a Lew di essere corteggiato da quasi tutte le università del paese e alla sua squadra, della stagione 1963/64, di esser nominata nel 2000 come “The number 1 high school team of the century.”

Dopo il liceo arriva l’estate del 1965 ed il giovane Lew Alcindor, arrivato ora a 218 centimetri, approda ad UCLA, alla corte del leggendario John Wooden, ovvero l’allenatore più vincente di sempre nella storia della NCAA (10 trofei). Il primo anno gioca nella squadra delle matricole nonostante fosse uno dei maggiori talenti in circolazione; questo a causa di una regola di allora che impediva ai freshman di giocare a livello Varsity (che sarebbe la prima squadra).

La Varsity di UCLA, campionessa NCAA in carica, all’inizio della stagione 1965/66 è data come la grande favorita per la vittoria finale. Durante la preseason, in occasione dell’inaugurazione del Pauley Pavillion (impianto per le partite casalinghe di UCLA), viene organizzata un’amichevole tra la Varsity di UCLA e le matricole della stessa università che, guidate da un Alcindor da 31 punti e 21 rimbalzi, vinceranno 75-60 tra lo stupore generale.

“Eravamo una grande squadra, noi Freshman, UCLA Varsity era la N.1 della nazione, ma in realtà era la N.2 del Campus…”.

Dopo un anno passato tra le matricole, terminato con 33.1 punti e 21.5 rimbalzi di media, Lew arriva finalmente nel Varsity team. Tutti gli occhi della nazione e dei principali scout sono puntati sul giovane Lew che al suo esordio, per non deludere nessuno, ne sigla 56 trascinando i suoi alla vittoria. La prima stagione si chiude con29 punti di media, 15.5 rimbalzi, il 70% dal campo, il titolo NCAA e immancabilmente il MOP, riconoscimento dato al miglior giocatore della fase finale.

foto ESPN

Nel 1967, al termine della prima stagione di Lew ad UCLA, la NCAA, per provare a limitarlo inserì la “no dunking rule”, ovvero il divieto per tutti i giocatori di schiacciare (regola che venne poi abolita nel 1977). Lew si trova dunque costretto a modificare il suo stile di gioco nella metà campo offensiva. Grazie all’aiuto di coach Wooden Aclindor perfeziona il gesto dello skyhoook (gancio cielo), che diventerà poi il suo marchio di fabbrica.

Nei successivi due anni le cose non cambiarono: Bruins campioni NCAA con Lew Alcindor miglior giocatore. Il triennio al college di Lew si concluse con 90 partite disputate, di cui 88 vinte e solamente due perse (compresa una striscia di 47 vittorie consecutive), 26.4 punti, 15.5 rimbalzi, il 65% dal campo, 3 titoli NCAA3 volte miglior giocatore e svariati record e riconoscimenti minori. Per descrivere al meglio la sua permanenza al college si può usare il termine DOMINANTE.

foto Bleacher Reporter

Nell’estate del 1969, dopo aver declinato la proposta di far parte degli Harlem Globetrotters, Lew si apprestava ad essere il pezzo più pregiato del draft. Lew viene selezionato come prima scelta assoluta sia al draft NBA, dai Milwaukee Bucks (che vinsero il lancio della monetina contro Phoenix) sia a quello ABA, dai New York Knicks; all’epoca infatti erano presenti due leghe professionistiche. Alcindor fa sapere alle due squadre che avrebbe ricevuto solamente un’offerta dalle due squadre e poi valutato, scegliendo infine Milwaukee. New York presentò poi una controfferta da 3.25 milioni annui che venne rispedita, sebbene maggiore, al mittente.

Una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto. Mi fa sentire come un venditore ambulante di carne e non voglio essere visto in questo modo.”

foto nba.com

Milwaukee era una franchigia fondata solamente un anno prima (1968) e come logica conseguenza non ebbe una prima stagione esaltante chiudendo infatti con un record negativo di 27-55. Con l’arrivo di Lew, seppur nel suo anno da matricola, la squadra diventa immediatamente vincente chiudendo con un record, il secondo della lega, di 56 vittorie a fronte di 26 sconfitte, ben 29 vittorie in più rispetto alla passata stagione. Alcindor diventa subito il giocatore franchigia conducendo la squadra sino alle finali di conference venendo sconfitti dai New York Knicks, futuri campioni NBA. Nei suoi primi playoff Lew viaggia a 35.2 punti e 16.8 rimbalzi con quasi il 60% dal campo, compresa una gara da 46 punti.

Lew conclude la sua prima stagione nella lega con 28.8 punti di media (secondo miglior marcatore stagionale), 14.5 rimbalzi catturati (terzo nella lega), 4.1 assist e chissà quante stoppate (all’epoca non venivano conteggiate) vincendo all’unanimità il premio di matricola dell’anno.

Era solamente la sua prima stagione ma, con un Wilt Chamberlain ormai 33enne, la lega sembrava aver trovato il nuovo padrone.

Nella stagione successiva i Bucks provarono l’all-in firmando Oscar Robertson, da 10 anni point-guard dei Cincinnati Royals, formando così una delle coppie più forti della storia.

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Lew, con al suo fianco “The big O”, già 10 volte All-star ed al tempo unico capace di chiudere una stagione con una tripla doppia di media, condusse la squadra al miglior record stagionale, 66-16.

La franchigia del Wisconsin si apprestava ad iniziare i playoff da protagonista assoluta e con un Lew Alcindor fresco del riconoscimento di MVP viste le stratosferiche medie stagionali: 31.7 punti (miglior realizzatore stagionale), 16 rimbalzi ed il quasi 60% dal campo.

Milwaukee mantenne le aspettative sbaragliando i San Francisco Warriors (4-1), alle semifinali di conference, ed i Los Angeles Lakers (4-1), alle finali di conference, ottenendo così il pass per le NBA finals.

Il duo Alcindor-Robertson si scagliò prepotentemente anche sui Baltimore Bullets, a cui riservarono un netto 4-0, laureandosi così campioni NBA dopo solamente tre anni dalla nascita della franchigia. Intanto il nativo di New York, Lew Alcindor, venne premiato come MVP delle Finals grazie ai 28 punti di media conditi da 18.5 rimbalzi ed il 62% dal campo ad allacciata di scarpa, coronando una stagione, la sua seconda, che lo proiettava ad essere già il migliore della lega.

Il giorno dopo la vittoria del titolo, il 1° maggio 1971, Lew Alcindor comunica che in seguito alla sua conversione all’Islam (nel 1968) ha deciso di cambiare il proprio nome in Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato è “Nobile servitore di Dio”. Cambia il nome ma non cambia la sostanza; infatti Lew, ora Kareem, continuerà il suo dominio incontrastato sulla lega.

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La stagione successiva, 1971/72, Kareem Abdul-Jabbar vince per la seconda volta in carriera il premio di MVP grazie ai quasi 35 punti e 17 rimbalzi di media. La squadra però, nonostante scollini per la seconda stagione consecutiva quota 60 vittorie (63-19) ed abbia a roster il miglior giocatore, non va oltre le finali di conference dove subisce un sonoro 4-1 dai Lakers, poi campioni NBA.

La stagione 1973/74, che si rivelerà l’ultima di Robertson e la penultima di Kareem con la maglia dei cerbiatti, vede quest’ultimo vincere, per la terza volta in cinque anni, il premio di MVP. I Bucks vincono, per il quarto anno di fila, la propria division arrivando sino alle NBA Finals, perse poi contro Boston al termine di sette durissime battaglie (4-3). Da ricordare in gara 6, con Boston in vantaggio 3-2 nella serie, il gancio cielo di Kareem a 2 secondi dalla sirena che diede ai Bucks un ulteriore speranza, poi non sfruttata.

La stagione successiva parte subito male per i Milwaukee Bucks che, oltre all’addio di Robertson, devono far fronte all’infortunio, un graffio alla cornea, di Kareem in pre-season che lo terrà lontano dal parquet per le prime 16 gare. Con il suo rientro la situazione non migliora granché con l franchigia che manca l’appuntamento con i playoff chiudendo con il peggior record della Midwest Division.

Kareem, già nel corso della stagione precedente, aveva più volte espresso il suo desiderio di esser ceduto ad una franchigia di una città grande e metropolitana, indicando i Los Angeles Lakers ed i New York Knicks come mete preferite. La dirigenza di Milwaukee accontenta Kareem mandandolo, assieme al centro di riserva Walt Wesley, ai Los Angeles Lakers e ricevendo in cambio il centro Elmore Smith, la guardia Brian Winters e due rookie, Dave Meyers e Junior Bridgeman.

Iniziava così una nuova era, quella di Kareem Abdul-Jabbar ai Los Angeles Lakers.

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Il percorso non fu facile, né tantomeno veloce.

La franchigia giallo-viola, reduce dall’ultima posizione nella propria division, stava vivendo una fase di ricostruzione (il cosiddetto re-building) dopo i vari addii di Baylor, Jerry West e soprattutto di Wilt Chamberlain. Nella sua prima stagione con la franchigia Californiana, Kareem Abdul-Jabbar vinse il quarto premio di MVP grazie ai 27.7 punti, 16.9 rimbalzi e alle 4 stoppate di media, che non furono però sufficienti a garantire l’accesso ai playoff.

L’anno successivo le cose andarono nettamente meglio con Kareem che si vide riconoscere per la quinta volta in carriera, la seconda consecutiva, il premio di MVP eguagliando così Bill Russell in questa particolare classifica. I giallo-viola riuscirono a qualificarsi per i playoff giungendo sino alle finali di conference dove, nonostante il fattore campo a favore, subirono lo sweep (4-0) dai Portland Trail Blazers di Bill Walton.

La svolta decisiva per la franchigia si ebbe nel 1979 quando i Lakers scelsero al draft, con la prima scelta assoluta, tale Earvin Magic Johnson dopo che la franchigia nelle stagioni precedenti si era già rafforzata con gli arrivi di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy.

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La prima partita di regular season della stagione è contro i San Diego Clippers con Kareem che, a pochi secondi dal termine e con i suoi sotto di uno, riceve palla in post dalla rimessa per poi girarsi e trovare la retina, sulla sirena, con un morbidissimo skyhook. Magic corre ad abbracciare il #33 come se avessero appena vinto un titolo con Kareem che cerca di “scrollarselo” ricordandogli che avrebbero dovuto giocare ancora 81 partite.

Kareem concluse la stagione con le medie di 25 punti, 11 rimbalzi, 4.5 assist e 3.5 stoppate con quasi il 62% dal campo, vincendo così per la sesta volta in carriera il premio di MVP; staccato Russell, nessuno come lui. I Lakers ai playoff scacciano via i fantasmi del passato sbarazzandosi in finale di conference dei Supersonics, che nelle precedenti due stagioni li avevano eliminati.

Arrivano così alle NBA Finals e si trovano di fronte i Philadelphia 76ers, campioni della Eastern Conference, con la serie sul 2-2, in perfetto equilibrio. Durante gara 5, nel terzo periodo, Kareem subisce un grave infortunio alla caviglia, ma non si arrende. Stringe i denti e resta sul parquet conducendo i suoi alla vittoria, 109-104, siglando la bellezza di 40 punti e portando la serie sul 3-2. Le sue condizioni però non sono delle migliori, per usare un eufemismo, e si vedrà costretto a vedere dagli spalti gara 6. Gara che passerà alla storia visto che Magic Johnson ricoprirà per la prima volta in carriera il ruolo di centro chiudendo con 45 punti, 12 rimbalzi e 7 assist diventando così il primo rookie a vincere il premio di MVP delle Finals. Il titolo torna a L.A. dopo otto stagioni.

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A Los Angeles Kareem Abdul-Jabbar, nei 10 anni giocati con al suo fianco Magic Johnson, raggiunge 8 volte le NBA Finals, vincendo in cinque occasioni l’anello (1980, 1982, 1985, 1987, 1988) risultando sempre fondamentale per la sua squadra, come dimostra il premio di MVP delle Finals vinto nel 1985, all’età di 37 anni.

3 titoli NCAA, 3 volte miglior giocatore delle final four NCAA, rookie of the year, primo quintetto delle matricole, 6 volte MVP (record), 6 titoli NBA, 2 volte MVP delle Finals, 19 volte All-star, 10 volte primo quintetto NBA, 5 volte secondo quintetto NBA, 5 volte primo quintetto difensivo NBA, 6 volte secondo quintetto difensivo NBA, 4 volte miglior stoppatore, una volta miglior rimbalzista e due volte miglior marcatore stagionale.

1.560 partite disputate in regular season con 1.071 vittorie, 237 partite di playoff, 75 partite ai playoff da 30+ punti, miglior marcatore di sempre con 38.387 punti, terzo miglior rimbalzista di sempre con 17.440 rimbalzi, terzo miglior stoppatore di sempre con 3.189 stoppate (e pensare che nelle sue prime cinque stagioni questa voce statistica non veniva conteggiata) e decine di altri record minori sia in NBA sia in NCAA.

foto ESPN

Lew Alcindor/Kareem Abdul-Jabbar non può essere raffigurato però solamente da questi sensazionali numeri e da decine di record NBA/NCAA.

Non era un semplice giocatore, era molto di più.

Nel 1968 Lew decise di rifiutare la convocazione del team USA, allora partecipavano gli atleti NCAA, per la spedizione olimpica di Città del Messico 1968; quella che passò alla storia per il saluto di Smith e Carlos ed il loro pugno alzato sul podio dei 200 metri di atletica leggera.

Kareem, al tempo Lew Alcindor, decise di boicottare le Olimpiadi, rifiutando così una quasi certa medaglia d’oro (vista la supremazia del team USA) per protestare contro la disparità di trattamento degli afroamericani negli Stati Uniti.

Nel 2019 ha messo anche in vendita tantissimi premi e riconoscimenti che ha collezionato nel corso della sua splendida carriera, tra cui 4 dei suoi 6 anelli, tre dei suoi se titoli di MVP e la palla della sua ultima partita giocata con tanto di autografo. La cifra del ricavato, circa 3 milioni di euro, è stata poi devoluta alla “Skyhook Foundation”, sua personale associazione benefica, che ha come fine quello di aiutare i ragazzi meno fortunati ad avere un percorso formativo adeguato.

“Quando si tratta di scegliere tra immagazzinare gli anelli o i trofei in una stanza e garantire ai ragazzi un’opportunità di cambiare le loro vite la scelta è semplice. Vendere tutto.”

“Guardando indietro a ciò che ho fatto nella mia vita, invece che guardare allo scintillio dei gioielli o delle placche d’oro che celebrano qualcosa che ho fatto anni fa, preferisco guardare il viso felice di un bambino che tiene in mano il suo primo bruco e pensare a ciò che posso fare per migliorare il suo futuro. Questa è una cosa che non ha prezzo”

Venne nominato da Hilary Clinton come ambasciatore culturale globale e ha ricevuto poi la medaglia presidenziale della libertà da Barack Obama che al discorso disse: “Il motivo per cui siamo qui non riguarda un paio di occhialini o lo skyhook”.

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Kareem Abdul-Jabbar oltre che essere uno dei migliori giocatori della storia del basket è stato, ed è tutt’ora, un uomo con la U maiuscola che non ha mai avuto paura di dire la sua sebbene questo gli potesse costare critiche o giudizi.

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